Recensioni

Quando i detective si siedono a tavola: Il noir Mediterraneo

La scorsa settimana in questa trilogia d’articoli, abbiamo esplorato l’aspetto gastronomico presente nei gialli d’oltre mare. L’articolo di oggi conclude questa serie, e come annunciato in precedenza, faremo la conoscenza di una tipologia di noir poco conosciuta: Il Noir mediterraneo.

Se dobbiamo individuare il nome di un autore che più d’ogni altri ha ribadito il connubio crimine-cucina, allora non si può fare a meno di evocare Manuel Vázquez Montalbán, il padre del detective-gourmet Pepe Carvalho.

Che poi gourmet in senso classico non è, dato che preferisce i piatti della tradizione catalana, specie quelli pesanti e a base di frattaglie, rispetto alle creazioni della nouvelle cuisine.

«La Rambla si stava riempiendo del trambusto consumistico della sera e Carvalho oltrepassò lo scudo appeso all’ingresso del Mercato della Boquerìa. Voleva cenare bene.

Aveva bisogno di starsene un po’ a cucinare mentre rifletteva sulla vicenda nella solitudine della propria casa e decise di concludere la giornata con la promessa di una buona cena.

Comprò della coda di rospo e del merluzzo freschi, un pugno di vongole e peoci, alcuni gamberoni.

Dalle sue braccia pendevano le borse di plastica bianca piene di tesori e si mise a camminare nel placido risveglio serale del mercato».

È il 1974 quando nelle librerie spagnole appare il romanzo “Tatuaje” (in Italia arriverà molti anni dopo, nel 1991, con il titolo “Tatuaggio”) e da allora il mondo dei detective di carta non è più stato lo stesso.

Con Pepe Carvalho – investigatore privato buongustaio di Barcellona, ex militante comunista ed ex agente della Cia, nei romanzi polizieschi il cibo assume un peso specifico tutto suo, tanto da diventare persino oggetto di ben due libri: “Le ricette immorali” (1981) e “Le ricette di Pepe Carvalho” (1987), entrambi pubblicati anche in Italia.

Il noir mediterraneo

Barcellona, Marsiglia, Atene: il triangolo del cosiddetto “noir mediterraneo”. Una sottocategoria del genere poliziesco che ha in comune non soltanto l’area geografica di appartenenza, il Mediterraneo appunto, ma tutta una serie di rapporti sociali, incrocio di culture, colori, umori e naturalmente sapori. Come si potrebbe pensare a Fabio Montale, il poliziotto marsigliese uscito dalla penna di Jean-Claude Izzo, senza vederlo seduto in una trattoria del Panier davanti a un bicchiere di pastis e a un piatto di bouillabaisse? E che dire del taciturno commissario greco Kostas Charitos che a bordo della vecchia Fiat Mirafiori, imbottigliato nel traffico allucinante di Atene, sogna soltanto di tornare a casa per gustare i ghemistà preparati dalla moglie, vale a dire pomodori, peperoni e melanzane ripiene di riso, verdure e trito di carne? Senza la descrizione di questi quadretti gastronomico-familiari la figura dell’investigatore creato da Petros Markaris sarebbe dimezzata.

Se parliamo di noir mediterraneo, l’Italia non può certo rimanerne fuori. E oltre alla già citata Napoli di De Giovanni, il fulcro delle investigazioni gastronomiche è la Sicilia di Andrea Camilleri.

Grande estimatore di Vázquez Montalbán, Camilleri battezza il suo commissario con uno dei cognomi dell’autore di Pepe Carvalho.

È il 1994 quando Sellerio dà alle stampe “La forma dell’acqua”, il primo romanzo della futura serie del commissario Montalbano e in quel momento nessuno può ancora sapere che è appena nato l’investigatore più importante e più famoso del poliziesco italiano: quasi trenta romanzi e una serie innumerevole di antologie di racconti, tradotti in tutto il mondo e in centoventi lingue. Una serie con tirature da capogiro, accresciute di anno in anno dal successo dei film televisivi interpretati da Luca Zingaretti

Una delle peculiarità che accomuna Montalbano e Carvalho, oltre alle buone letture, ai modi sbrigativi e non convenzionali nel risolvere i casi e a una storia d’amore ambigua e controversa con una donna complicata, è proprio la devozione per la buona tavola.

Ve lo immaginereste il commissario di Vigata mangiare un toast in piedi oppure riscaldare nel microonde una pizzetta surgelata?

Parte fondamentale di ogni romanzo di Camilleri sono le visite del protagonista alla trattoria con vista sul mare dell’amico Enzo oppure le cene solitarie riscaldando i manicaretti lasciati in frigo dalla domestica Adelina:

  • pasta ‘ncasciata,
  • caponatina,
  • triglie in umido,

e naturalmente il piatto simbolo della sicilianità in cucina: gli arancini. Così importanti da aver dato persino il titolo a un’antologia di racconti (“Gli arancini di Montalbano”, del 1999).

Rimanendo nell’isola, una delle nuove leve che si candida seriamente a prendere il posto del maestro Camilleri è la sua compaesana Cristina Cassar Scalia, siracusana trasferita a Catania, autrice della serie della vice questore Vanina Guarrasi, pubblicata da Einaudi.

Vanina è una donna tosta, una poliziotta tutta d’un pezzo che ha poco tempo da dedicare alla cucina ma, al tempo stesso, non sa resistere alle specialità che trova in una gastronomia vicino a casa, sulle pendici dell’Etna: ed ecco allora un tripudio di:

  • salame dei Nebrodi,
  • cannoli,
  • busiate trapanesi,
  • caponata,
  • cucuzza a minestrina,
  • pasta alla Norma,
  • sfincione,
  • arancini,

e ravioli di ricotta da far impallidire persino i pranzi luculliani di Montalbano.

Ma anche abbandonando le coste soleggiate delle Sicilia e risalendo la Penisola verso le nebbie padane, non cambia l’abitudine dei nostri investigatori di cercare rifugio/conforto nel cibo.

Ne sa qualcosa il commissario Soneri di Valerio Varesi, emilianissimo fino al midollo e ben interpretato in tivù da Luca Barbareschi, che è abituato a mitigare la tensione delle indagini con ripetute visite al ristorante Milord, dove si abbuffa di culatello, tortelli e anolini in brodo accompagnati da bicchierate di Lambrusco e Gutturnio.

«Soneri lavora nella città eletta a capitale del gusto dall’Unesco e sicuramente quella dove è più concentrata l’industria agroalimentare»,

Osserva Varesi:

«Detto questo, che farebbe risultare un po’ fasullo un commissario inappetente o anoressico, va detto che per me il cibo non è solo palatabilità, festival godereccio e compiaciuto di sapori in quest’epoca dove i cuochi sono inopinatamente divenuti “maestri del pensiero”.

Il cibo è identità come insegnava Piero Camporesi.

È appartenenza a una storia.

In quest’epoca di standardizzazione anche della tavola, del cibo spazzatura votato alla dea velocità che tutto travolge senza riflessione, la tavola, quella piccola forma geometrica sotto la quale sempre più raramente mettiamo i piedi mangiando appollaiati su sgabelli, contro un muro o senza nemmeno sedersi appoggiati allo stipite di un bar, è rimasta l’unica testimonianza identitaria che ci rimane.

Il cibo, sottratto all’oscena esibizione dei taglieri sulle piazze, versione nostrana del cibo-standard, è rimasto il solo rametto a cui ci appigliamo di fronte all’incalzare dell’indistinto, del pensiero unico anche a tavola.

Soneri, dunque, si ribella a questo mainstream alimentare.

È vero che il mondo parla la lingua dei padroni, il latino coi romani, il francese nel Settecento e l’inglese oggi. Ma che almeno ci restino i sapori».

Concludiamo quindi questo nostro viaggio gastronomico nel giallo con le parole di Luca Crovi, massimo esperto nazionale di letteratura gialla e poliziesca, autore del dettagliato volume “Storia del giallo italiano” (Marsilio, 2020):

«Tutti i protagonisti del giallo italiano hanno da sempre avuto un rapporto complesso e intenso col cibo, dal commissario Ingravallo di Gadda, che ha problemi di digestione lenta e macchie di sugo col colletto, a Montalbano che mangia i cibi che gli lascia nel frigo la sua cammerera o che gli prepara la trattoria San Calogero;

Schiavone ama i tramezzini che rimangono umidi sotto il tovagliolo e si strangola con pizze surgelate,

l’allieva di Alessia Gazzola sopravvive alla cucina giapponese della propria coinquilina.

I libri di Lolita Lobosco sono conditi da ricette baresi come gli “spaghetti all’assassina”, i monaci dell’abbazia de “Il nome della rosa” di Umberto Eco hanno l’orto e l’erboristeria e si nutrono di zuppe, mentre Sarti Antonio, personaggio di Loriano Macchiavelli, deve combattere con la colite e quindi non può sgarrare con l’alimentazione, se no la paga.

E poi come non ricordare che il commissario Ricciardi di De Giovanni ha tata Rosa che cucina per lui e va nelle trattorie e al Caffè Gambrinus per accontentare la golosità del suo amico dottor Modo?

Il ritratto degli investigatori italiani passa per le loro diete ed abitudini alimentari».

Giorgio Ballario

Redazione Sfumaturedigiallo.it

Stiamo lavorando per migliorare la vostra esperienza online.