Uno sbirro in Appennino: il crime Rai che scava sotto la superficie
Una nuova direzione per il crime Rai
Debutta su Rai 1 Uno sbirro in Appennino, una fiction che si presenta subito con un’ambizione chiara: allontanarsi dal rumore del procedural classico per avvicinarsi a qualcosa di più silenzioso, più interno, quasi segreto. Non è tanto il delitto, qui, a fare da centro gravitazionale, quanto ciò che resta dopo: le crepe, i ritorni, le omissioni.
Il ritorno di Vasco Benassi
Vasco Benassi, interpretato da Claudio Bisio, è un commissario che arriva tardi nella propria vita. O meglio, ci ritorna. Dopo un errore professionale viene spostato in un paese dell’Appennino, lo stesso che aveva lasciato anni prima, come si lascia un luogo che si crede di aver superato. Ma certi luoghi non si lasciano davvero: aspettano. E quando torni, ti riconoscono.
Il peso del territorio
La serie costruisce il suo ritmo proprio su questo riconoscimento. Le indagini non sono mai soltanto indagini: sono pretesti per entrare nelle pieghe di una comunità chiusa, dove ogni volto ha una memoria e ogni silenzio un peso specifico. Il paesaggio non fa da sfondo, ma agisce: osserva, trattiene, restituisce. È un Appennino che non consola, ma interroga.
Relazioni e personaggi
Accanto a Bisio, Valentina Lodovini, Chiara Celotto e Elisa Di Eusanio contribuiscono a costruire una rete di relazioni che si muove con discrezione, senza mai forzare il conflitto, lasciandolo emergere quasi per attrito. Il rapporto tra Benassi e Amaranta è forse il più emblematico: non dichiarato, non definito, ma evidente. Una forma di prossimità emotiva che non ha bisogno di nomi.
Regia e linguaggio
La regia di Renato De Maria insiste su questa sottrazione: meno azione, più attesa; meno spiegazioni, più sospensione. È una scelta che distingue la serie all’interno del panorama Rai Fiction, tradizionalmente più orientato a una narrazione esplicita.
Confronto con le altre fiction crime
Rocco Schiavone: il noir esistenziale
La serie con Marco Giallini resta un noir urbano travestito da isolamento alpino: il suo protagonista reagisce, respinge, si difende. Benassi, al contrario, assorbe. Non combatte il luogo, lo attraversa.
Petra: il procedural psicologico
Petra, interpretata da Paola Cortellesi, lavora sulla parola e sull’intelligenza analitica; qui invece è il non detto a dominare, come se ogni dialogo fosse solo la superficie di qualcosa di più profondo.
Don Matteo: il crime popolare
Don Matteo rappresenta il volto rassicurante del crime italiano, con la sua struttura chiusa e ordinata, mentre Uno sbirro in Appennino sceglie deliberatamente l’irregolarità: i casi non si chiudono davvero, si depositano.
Identità e profondità narrativa
È proprio in questa dimensione che la serie trova la sua identità. Non cerca il colpo di scena, ma la risonanza. Non punta sulla sorpresa, ma sulla persistenza. È un crime che somiglia più a un ritorno che a una fuga, più a una confessione che a un’indagine.
Conclusione
Se manterrà questa coerenza, potrebbe rappresentare una variazione significativa nel panorama Rai: meno rassicurante, forse, ma più necessaria. Perché, alla fine, la domanda che resta non è chi ha commesso il crimine, ma cosa resta di noi quando smettiamo di evitarci.
Marco Asteggiano




