Quella volta che apparve il mostro di Firenze
Il mostro di Firenze. Fra incertezze, indizi, tracce e prove. Ma quali?
Si usa sempre il singolare quando si parla del “Mostro di Firenze”, ma i presunti colpevoli accertati sono almeno tre. I media italiani hanno utilizzato questa definizione per trattare le vicende del Mostro di Scandicci, l’altra locuzione invalsa a quel tempo, visto che i delitti avvenivano attorno a quella località.
Nemmeno sul numero dei delitti c’è certezza. Forse sette, ma forse anche un ottavo precedente al periodo di riferimento.
Il principio della storia
“Mostro” è la denominazione utilizzata ai tempi dai media italiani per riferirsi all’artefice di una serie di sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 nella provincia di Firenze collegati dallo stesso tipo di pistola e proiettili a un ottavo delitto di attribuzione incerta commesso nel 1968.
L’inchiesta fu avviata dalla procura di Firenze e portò alla condanna in via definitiva nel 2000 di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende” Mario Vanni e Giancarlo Lotti (reo confesso e chiamante in correità dei presunti complici), mentre un terzo, Pietro Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli per i duplici omicidi commessi dal 1974 al 1985 e successivamente assolto in appello, è morto prima di essere sottoposto a un nuovo processo di appello, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Cassazione.
Le procure di Firenze e Perugia sono state impegnate in numerose indagini volte a individuare i responsabili esecutori materiali per quattro duplici omicidi e poi i possibili mandanti. Le indagini si sono focalizzate anche su un possibile movente di natura esoterica, che avrebbe spinto una o più persone a commissionare i delitti, senza peraltro evidenziare alcun riscontro oggettivo in tale direzione investigativa.
Una nuova ipotesi
Durante l’inchiesta emerse anche una nuova ipotesi: è se il mostro fosse stato un poliziotto , un carabiniere, un militare?
L’avv. Nino Filastò sviluppò, su questa base un suo personale identikit del mostro:
un uomo alto e di forza notevole, capace cioè di manipolare i corpi, alzarli, spostarli e trascinarli con facilità e rapidità. Anche l’altezza degli spari sui finestrini del furgone dei tedeschi, secondo le analisi balistiche, rivelano l’alta statura.
Le tracce di ginocchia, in particolare, commisurate rispetto all’altezza da terra, e agli arti inferiori nella loro interezza, indicano, secondo i periti dell’equipe De Fazio, un acromegalico, cioè una persona con gli arti fuori misura. Una sorta di ragno con braccia e gambe fuori misura, che non ha esitato ad affrontare, corpo a corpo, un uomo atletico, alto e robusto come il giovane francese.
È probabile abbia una notevole conoscenza delle tecniche di attacco e di difesa, arti marziali, lotta e consimili. Spara con precisione e sicurezza, come chi ha familiarità col poligono di tiro. Possiede anche grande dimestichezza con il combattimento all’arma bianca. Maneggia lo strumento da punta e da taglio con maestria, colpisce e affonda nei punti giusti.
Chiunque abbia provato ad affondare un coltello in un corpo-simulacro che riproduca la resistenza di quello umano, sa che non è né facile né naturale: ci vuole forza e precisione, e queste si acquistano con l’esercizio. Compie le escissioni con rapidità e sicurezza.
Tutti questi elementi, insieme alla sua capacità di mimetizzarsi e dileguarsi, fanno pensare a una preparazione di tipo militare. Non certo quella che può avere un militare di leva, ma quella di un professionista. Riesce sempre a colpire le sue vittime da distanza ravvicinata.
L’indagine di Polidoro e gli ultimi sviluppi:
Massimo Polidoro, come abbiamo già visto, è l’esploratore dell’insolito e ad allievo di un grande indagatore di misteri, poteva quindi farsi mancare quello del più serial killer più ricercato d’Italia?
Ovviamente no, e come avevamo segnalato in quest’articolo, la scorsa estate ha dedicato un intera serie sull’argomento sul suo canale youtube, conclusasi con un intervista a Paolo Cochi, in occasione della morte di Ruggero Perugini, il detective che arrestò Pietro Pacciani.
Dopo tutti questi anni, questa vicenda avrà trovato o troverà mai la propria fine?
Tommaso Lo Russo




