“Il maresciallo di Mileto”, un noir storico di Fernando Giacomo Isabella
A volte, volendo scrivere un noir si comincia con un’idea per poi passare completamente ad altra stesura e altra storia. Il maresciallo di Mileto di Fernando Giacomo Isabella è uno di questi. Il caso, oppure ricordi di altre persone hanno spinto l’autore ad addentrarsi in storie del passato che nemmeno lo scrittore stesso conosceva.

Un racconto di 143 pagine, edito da Scatole parlanti che è un tuffo in un passato che copre l’arco temporale compreso fra il 10 ottobre 1947 e il 16 novembre dello stesso anno.
Un periodo di tempo breve, ma è particolarmente intenso e ricco di memorie, corredato dalla raffigurazione di una realtà depressa (siamo subito dopo la guerra) ma fiera, gentile e dignitosa come descriverà lo stesso Alessandro Dumas nel suo “Viaggio in Calabria”.
Nel libro ci sono anche tanti ricordi: una Olivetti M20 che in caserma hanno riattivato con pezzi di fortuna, reperti di una villa romana, quelli legati a Ruggero d’Altavilla, con una lastra di marmo con incisioni che è sempre lì nonostante le segnalazioni alla Sovraintendenza per farla portare in un luogo più consono, la mitica Topolino 500 A ideata da Dante Giacosa e una Jeep che però i militi non sono riesciti a riparare.
Lo scenario
La Calabria, in particolare da Rosarno a Pizzo Calabro, Vibo Valentia e paesi meno noti, per passare a Mileto che è la quinta città del racconto e dà lo spunto per il titolo, ma anche l’Abissinia (attuale Etiopia), e i ricordi della battaglia di Culqualber della seconda guerra mondiale fra carabinieri e inglesi e i loro mercenari Tukui che torna ossessivamente nella memoria del maresciallo Vincenzo Corso.
La trama del racconto.
Un libretto dove sono annotati tutti gli spostamenti del comandante della stazione dei carabinieri Vincenzo Corso. La prima annotazione è quella riferita ad una ragazzina assassinata rinvenuta con tracce di rossetto sulle labbra.
Perché e chi ne è l’autore? Tutti pensano a Tonio, un uomo ritardato che scappa e fa perdere le proprie tracce, forse con la collaborazione di qualcuno del luogo.
L’apertura del romanzo avviene così e, in un crescendo di adrenalina, arriva alla soluzione del caso in un modo imprevedibile che lascia esterrefatti.
Il romanzo è anche una radiografia di un tempo e di luoghi che sono stati devastati dalla miseria e consuetudini terribili da accettare con la memoria di tanti terremoti spaventosi che hanno sconquassato la Calabria.
Un romanzo che mescola noir, psicologia e memoria contadina con sensibilità narrativa che ti induce a guardare a quel passato con tenerezza e rispetto.
Così come quando un dialogo fra una donna e il maresciallo riporta:
“Quella che indossiamo non è una tuta che lasciamo dopo dieci o dodici ore di lavoro.
È un’altra pelle”;
e con questo il protagonista pensa di aver risposto adeguatamente alle lamentele della moglie del suo sottoposto. Forse…
Tommaso Lo Russo




