Di rabbia e di vento, un noir di Maurizio Blini.
Recentemente uscito, in libreria e nel supplemento al giornale La Stampa, nella Collana Piemonte in Noir, “Di rabbia e di vento”, edito dalle edizioni Capricorno.
La saga, ormai giunta alla quinta edizione, è sempre ispirata ai due fratelli Stelvio, uno ancora dirigente in polizia e l’altro, già in quiescenza, ma ancora attivo e a supporto del fratello che non può fare a meno del suo aiuto.
Due caratteri completamente diversi che interagiscono e si completano a vicenda.
Il romanzo di 246 pagine è gradevole, scorre bene e si legge tutto d’un fiato. Solo in qualche passo devi soffermarti maggiormente perché Maurizio Blini non perde mai il vezzo di filosofeggiare e psicanalizzare se stesso e gli altri, te compreso, lettore divertito e attento.

Lo scenario del romanzo
Torino e il Lingotto, dove era stata compiuta una rapina memorabile che ha lasciato morti sul campo e strascichi vari non risolti e dolenti a cui si aggiunge, come scenario, una trasferta a Panama che separa due oceani e nella cui nazione si è tentati di andare a svernare come han fatto un paio di delinquenti del precedente racconto.
La trama del romanzo
Il libro comincia con una citazione di Victor Hugo:
<<Il futuro non è di nessuno, è di Dio. Tutto comincia in questo mondo. Tutto finisce altrove>.
La citazione del sommo scrittore francese deve aver ispirato le corde del nostro scrittore torinese che ne elabora una sua interpretazione racchiusa nella premessa al romanzo.
A questo punto vien da chiedersi se Blini sia in un momento di particolare emotività e sconforto. Almeno io me lo sono posto. Poi, continuando a leggere ti accorgi che l’autore riprende lo stile divertente e meno contemplativo e, arrivando alla fine, capisci il perché di quella premessa che ne condensa la trama.
Le curiosità
<<Le ciambelle non riescono sempre con il buco. In fondo era sufficiente riempire il borsone nero che si erano portati appresso, il gioco era fatto. Già, non tutte le ciambelle vengono con il buco. E quelle senza cambiano pure il nome. Diventano krapfen>>.
Spiegata l’origine del nome, ma forse non è proprio così.
L’inizio della trama del romanzo.
Farci, un ispettore di polizia, viene fatto cenno di un gesto simbolico e premonitore: gli viene puntata addosso una pistola da un delinquente peruviano.
<<Con la coda dell’occhio nota un SUV nero transitare molto lento, poco distante da lui. Troppo lento per i suoi gusti. Il tempo di osservarlo ancora ed ecco spuntare dal finestrino la mano di un ragazzo…>>.
Si tratta solo di un gesto scherzoso, oppure è l’avvisaglia di qualcosa di pericoloso, molto pericoloso? I suoi superiori, che lo allontanano da Torino, sono preoccupati.
Da questa vicenda si dipana tutto il romanzo che si ricollega a fatti precedenti e località distanti fra loro che hanno elementi che le uniscono in un disegno criminale unico. È anche una storia di immigrazione senza integrazione e di gioventù bruciata che non ha valori e non ne cerca.
Ci sono poi le superstizioni:
<< Le rapine non si dovrebbero mai compiere il 17, porta male>>.
Quasi risolto il caso, tre questure e procure si apprestano a festeggiare con la convocazione di una conferenza stampa, di gloria, forse un po’ precoce che preavvisa qualche criminale.
Ma si sa, la comunicazione ha le sue ragioni e i suoi tempi. Se poi cozza contro le indagini non è la fine del mondo!
Con colpi di scena inquietanti “Di rabbia e di vento” si chiude con un finale imprevisto che lascia l’amaro in bocca.
Tommaso Lo Russo




