“La bicicletta rapita”. Se ne è discusso a Rosa in Giallo e Noir, a Bossolasco
Il caso della Bicicletta rapita a Bruno Gambarotta sta diventando un caso nazionale.
Dopo quello, più datato, de “La Secchia rapita” di lontana memoria di Alessandro Tassoni, ecco venirne alla luce un altro, più nuovo, più strano, altrettanto coinvolgente.
Per il primo si fece quasi una guerra, per il secondo, nemmeno a pensarci, ce ne sono fin troppe.

Il caso
La domanda che sorge spontanea è: si può rapire una secchia oppure, come in questo caso, una Bicicletta (che scriviamo con la maiuscola perché ha quasi un’anima, nda), un essere di ferro e gomma che non è nella mente di Bruno Gambarotta un ambulacro che lo portava da un luogo ad un altro, ma quasi un essere animato che parlava e alle cui domande – di Gambarotta – rispondeva a tono?
Al sesto Salotto letterario di Rosa in Giallo e Noir di Bossolasco, a cui partecipava Bruno Gambarotta, abbiamo provato ad indagare.
C’erano tanti scrittori con tanti detective che avrebbero potuto mettere a disposizione per indagare, ma Bruno Gambarotta ha nicchiato, qualche frase, qualche accenno, ma niente di più.

Sapete, quando Bruno non vuole risponderti ti sommerge di risposte, altre, ma non quella che volevi tu e che su quello che volevi ti ha lasciato a bocca asciutta.
Invece, è tutta questione di empatia, bisognerebbe entrare nella testa del ladro di biciclette o dei ladri, perché di sicuro, un tale rapimento ha richiesto un’organizzazione perfetta, una strategia di comunicazione tesa a non far parlare del furto delle bici da cinquantamila euro cadauno di quelle della Vuelta.
Chiudiamo con un invito: riportate la bicicletta rapita oppure diteci dove la lascerete, altrimenti vi sguinzaglieremo dietro tutti gli investigatori di Rosa in Giallo e Noir.
Tommaso Lo Russo




