Recensioni di libri

L’affaire Moro, un mistero senza fine

Il 16 marzo del 1976, il giorno del giuramento del nuovo governo a guida Giulio Andreotti, ci fu il sequestro di Aldo Moro, il politico che aveva voluto il Compromesso storico. I terroristi, sparando con armi automatiche, uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci) e i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi).

A seguito di una prigionia durata 55 giorni, le Brigate Rosse richiesero uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano che non andò in porto.

Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro fu sottoposto ad un processo politico da parte del cosiddetto “tribunale del popolo” e barbaramente ucciso il 9 maggio. Il cadavere dello statista fu rinvenuto lo stesso giorno nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata a Roma in via Michelangelo Caetani.

La Renault fu piazzata a soli 150 metri da via delle Botteghe Oscure, sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana. Praticamente una beffa. Con una Roma blindata, sotto assedio, non sarebbe dovuto sfuggire nulla. Invece una serie di fatti e connivenze si moltiplicarono e, se non fosse stata una tragedia, sarebbe stata una tragicomica.

Venticinque anni dopo dai fatti, intervistai per Braoggi, “Lupè” (nome finto che nemmeno oggi è desecretato), uno dei primi, tra le Forze dell’Ordine, ad accorrere in piazza Fontana.

Il sequestro Moro e l’assassino degli uomini della sua scorta è fra le pagine più sconvolgenti della storia del nostro Paese che in quegli anni dovette affrontare l’incubo delle Brigate Rosse.

Inizialmente, nemmeno sulla loro connotazione politica, per via del nome, che era una sorta di Ossimoro, si sapeva molto. Brigata è un termine più in uso alla destra mentre rosso, ovviamente è legato alla sinistra.

Tutti se ne occuparono, dai giornalisti ai politici con i distinguo sulla linea della fermezza e della trattativa come voleva il leader socialista Bettino Craxi.

Fra quelli che se non occuparono con una lucidità ammirevole fu Leonardo Sciascia con il libro “L’affaire Moro”. Praticamente uno dei pochi che lo esaminò in modo scientifico e dettagliato. Fanno sorridere, a distanza di anni, altri interventi, anche di giornalisti altolocati.

La pubblicazione dell’affaire Moro di Leonardo Sciascia

Accennato nell’ultimo articolo, fu pubblicato nell’autunno del 1978, mentre le polemiche e le opinioni contrastanti avvelenavano il quadro politico e i detrattori di Sciascia si moltiplicavano.

Lo scrittore riteneva il suo libro non fosse solo “opera letteraria” e aggiungeva si può considerare come “opera di verità”. Così è riportato nel volume pubblicato da Sellerio Editore.

Le lettere dalla prigionia.

Da molti furono considerate farneticazione di un folle. Solo Sciascia riuscì, dalla loro lettura, a ricostruire un universo di pensieri, di correlazioni e fatti e ci ha permesso di capire un periodo drammatico della nostra storia.

<<A distanza di quarantasei anni dalla morte di Aldo Moro il mondo è cambiato, l’Italia è cambiata e quella tragedia ci sembra tanto distante da sembrare impossibile. Un rompicapo, un groviglio di vite, tensioni, ideologie, poteri e quant’altro che si sono attorcigliati sulla vita di Moro fino a stritolarla e a farla spegnere.>>

Un libro sconvolgente che non ha perso nulla della sua analisi, acume e lucidità. Forse, come il buon vino, il libro con il tempo è migliorato. Però, a guardare alle cronache attuali, il mondo è probabilmente peggiorato!!!

Tommaso Lo Russo

Redazione Sfumaturedigiallo.it

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