Una donna promettente – La recensione di un thriller atipico
Esce in questi giorni, nelle sale italiane, “Una donna promettente”, film scritto e diretto da Emerald Fennel. Qui al suo esordio alla regia, oltre che magistralmente interpretato da Carey Mulligan, attrice britannica già riconosciuta a livello internazionale per i suoi ruoli in grandi produzioni di rilievo come: “Orgoglio e Pregiudizio” (2005), “Drive” (2011) ed “Il Grande Gatsby” (2013), solo per citarne alcune.
La trama dell’opera si presenta leggermente prolissa. Riguarda certamente la violenza di genere, ma anche quel brutto vizio che è l’abuso di alcolici, inteso come causa scatenante di ben altre nefandezze.
Un conto in sospeso con la società maschilista
La protagonista, Cassie, ovvero la Mulligan, non è mai riuscita a lasciare la casa dei genitori dopo la fine del periodo universitario.
Le ragioni sono misteriose, ma sembrano ricondurre alla brutta fine che, all’epoca, subì la sua migliore amica. Un trauma non superato, quindi, che, in quanto tale, può condurre ad un inevitabile quanto autodistruttivo desiderio di vendetta.
Il film si presenta come un thriller atipico che individua nella società maschilista ed ipercompetitiva il vero colpevole dello stesso delitto che innesca la trama.
Sotto diversi aspetti, riesce ad essere retorico e persino lirico fino all’eccesso, ma non manca di raggiungere, in determinati casi, vette di autentico humor nero e di minimalismo “tranchant”, destinate a salvare “in corner” la buona riuscita dell’impianto narrativo.
Gli uomini sono tutti uguali?
È vero, non lo si può negare. “Una donna promettente” potrebbe finire mezz’ora prima ed il finale si presenta, a tutti gli effetti, come leggermente forzato.
Risulta notevole, tuttavia, il modo come lo stesso si prenda gioco degli atteggiamenti maschili scanzonati e falsi, tipici della fine degli anni ’90, e degli stereotipi sessuali di molte serie televisive di quell’epoca, come “Dowson Creek”, “The Oc”, “Beverly Hills 90210” e persino “Buffy” ed “Angel”.
Con ovvio riferimento al personaggio di Ryan, interpretato, nel film, da Bo Burnham: il belloccio di turno che nasconde molte più verità di quelle che vorrebbe lasciare ad intendere.
Egli rappresenta, a suo modo, la prova definitiva di come gli uomini siano, alla fine, “tutti uguali”, che, in fondo, sembra essere il vero scopo della sceneggiatura.
Un paragone dovuto
Un autentico “falò delle vanità” si manifesta nel corso della visione dell’opera e manda a fuoco molti di coloro che, vent’anni or sono, rappresentarono gli idoli maschili di tante adolescenti.
E non è soltanto per dire, poiché “Il falò delle vanità” è anche il titolo di un libro e di un altro famoso capolavoro del cinema degli anni ’90 che seguono la stessa onda “politically uncorrect”, con Tom Wolfe come autore e un inedito Bruce Willis comico nelle vesti dell’io narrante.
Siamo davvero migliori rispetto a venti anni fa?
Almeno, oggi, i Millennials e la Generazione Y possono crescere e vedere il mondo con occhi diversi rispetto ad allora. Sono proprio le fiction come quella con Carey Mulligan (e quella con Bruce Willis) a farli uscire dalla foresta incantata.
Tuttavia, dopo decenni di infiniti dispiaceri provocati dall’incanto e dall’inebetimento delle masse per mezzo dei media, la domanda più importante che dovremmo porci nel 2021 avrebbe il diritto di essere, semplicemente: “abbiamo davvero bisogno di una fiction per uscire dalla foresta incantata”?
Magari, i nostri figli troveranno, un giorno, la risposta.
Marco Asteggiano




