Il mestiere dell’ombra – Di Renata Colorni
Nata a Milano nel 1939, è figlia di Ursula Hirschmann, da cui ha imparato il tedesco, e del filosofo Eugenio Colorni, uno degli ideatori del Manifesto di Ventotene, ucciso nel 1944 dai miliziani fascisti della banda Koch.
Quando si laurea a 23 anni, in filosofia medievale, è già sposata, con due figlie piccole mentre il marito è funzionario di partito e non guadagna molto.
A lei, Paolo Boringhieri affida in via esclusiva, la traduzione delle opere di Sigmund Freud. È l’impresa più impegnativa della sua vita. Passa sei anni a tradurre, ma anche a studiare, a creare, inventare il lessico freudiano per l’Italia.
Parlando di “Die Traumdeutung”, “L’Interpretazione dei sogni”, lo definisce un «libro immensamente avventuroso e perturbante». Mi sono fatta l’idea che non abbia usato la parola perturbante a caso, essendo essa stessa intraducibile.
Né viene fuori un capolavoro. La traduttrice fa parlare al filosofo un italiano perfetto.
Tanto che, dopo di lei nessuno potrà tradurre Freud senza subirne i condizionamenti.

Renata Colorni conosce le Langhe perché nel 1995 ricevette, per la sua opera, un riconoscimento dal Premio Grinzane Cavour, allora presieduto da Giuliano Soria.
In seguito è stata nella Langa di Cesare Pavese, in occasione del Premio omonimo, a Santo Stefano Belbo.
Recentemente, ha scritto “Il mestiere dell’ombra. Tradurre letteratura”, che ha pubblicato per le edizioni Henry Beyle ed è ispirato dalla figura della madre Ursula.
Del suo libro ha scritto: «Il traduttore è il creatore invisibile che per ogni autore inventa una nuova lingua».
In merito al titolo del suo lavoro ci tiene a precisare che è «dell’ombra e non nell’ombra».
«Sì, avrei potuto dire: il traduttore è nell’ombra, limitare a un complemento di luogo, la definizione della figura che non si vede.
Ma questi sono generalmente gli atteggiamenti che autorizzano il vittimismo sul lavoro di traduzione: “Ah, noi, negletti, noi traduttori, gli invisibili!”. Invece io credo che tradurre è scrivere, è proprio l’ombra che parla, e che dunque il complemento sia di specificazione, non di stato in luogo».
Aggiunge: «E poi è mestiere, non solo lavoro. Implica una laboriosità quasi artigianale, una perizia del fare».
Nel suo compito: «Il traduttore è l’animale delle contraddizioni. Deve lavorare con attenzione maniacale per restituire ogni sfumatura, e deve essere pronto a buttare via tutto e reinventare. Ecco perché è timido e protervo. È l’ombra che fa la verità, è il non essere che diventa essere, è l’invenzione che conta…».
Henry Beyle, il suo editore la definisce: «Donna di luminosa intelligenza e forte volontà, che non ha mai voluto separarsi del tutto dalla propria lingua».
Finisce che quando non ci sono equivalenti in italiano di una parola allora il traduttore diventa “creatore” di un linguaggio che prima non c’era.
“L’ombra fa la verità, il non essere diventa essere”.
Lucia Bosìa

